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Rapporto d’inchiesta in Europa dell’est: il “made in Europe” non garantisce un salario dignitoso ai lavoratori dell’abbigliamento.

Losanna, 11 giugno 2014

Nell’industria tessile, un prezzo elevato o un Paese di produzione europeo non sono sinonimi di buone condizioni di lavoro. In un rapporto d’inchiesta pubblicato oggi, la Dichiarazione di Berna (DB) dimostra che in nove Paesi dell’Europa dell’Est e in Turchia, i lavoratori dell’abbigliamento vivono ben al di sotto della soglia di povertà. Si tratta di una situazione generalizzata dove anche le marche considerate più lussuose fanno produrre i propri abiti versando dei salari da povertà. La valutazione delle imprese, pubblicata in parallelo al rapporto, rivela che le imprese svizzere non si impegnano ancora sufficientemente per garantire un salario dignitoso minimo agli operai che fabbricano i loro prodotti.

(c) DB

Nell’industria tessile, un prezzo elevato o un Paese di produzione europeo non sono sinonimi di buone condizioni di lavoro. In un rapporto d’inchiesta pubblicato oggi, la Dichiarazione di Berna (DB) dimostra che in nove Paesi dell’Europa dell’Est e in Turchia, i lavoratori dell’abbigliamento vivono ben al di sotto della soglia di povertà. Si tratta di una situazione generalizzata dove anche le marche considerate più lussuose fanno produrre i propri abiti versando dei salari da povertà. La valutazione delle imprese, pubblicata in parallelo al rapporto, rivela che le imprese svizzere non si impegnano ancora sufficientemente per garantire un salario dignitoso minimo agli operai che fabbricano i loro prodotti

 

Nell’ambito della Campagna Clean Clothes (CCC), la Dichiarazione di Berna domanda alle marche europee di assicurare il pagamento di un salario dignitoso agli operai sull’insieme della loro filiera produttiva. Una nuova applicazione “Fair Fashion?”, basata sulla valutazione di più di cento imprese, permette ai consumatori e alle consumatrici di visualizzare in un colpo d’occhio il livello d’impegno delle marche per un salario dignitoso e permette di interpellare queste aziende in modo che esse assumano finalmente la loro responsabilità. La strada da percorrere è ancora lunga: nessuna delle imprese interrogate ha potuto certificare un vero impegno per garantire il versamento di un salario dignitoso sull’insieme della propria filiera produttiva.

Condotta in nove Paesi dell’Europa dell’Est e in Turchia, l’inchiesta della CCC mostra che gli operai che lavorano per delle marche come Hugo Boss, Adidas, Zara, H & M o Benetton, percepiscono dei salari da povertà, comparabili a quelli versati in Asia. Per sopravvivere, le numerose persone interrogate affermano di essere costrette a completare il proprio reddito con un secondo impiego oppure ricorrendo all’agricoltura di sussistenza. In tutti i Paesi dove abbiamo investigato, il salario minimo legale è estremamente basso e non raggiunge nemmeno un terzo del salario dignitoso minimo stimato. Nel 2013, la Bulgaria, la Macedonia e la Romania hanno fatto registrare dei salari minimi inferiori a quelli riscontrati in Cina. In Moldavia ed in Ucraina, i salari sono più bassi che in Indonesia.

Questa regione di produzione con manodopera a buon mercato è molto importante per l’industria dell’abbigliamento. Quasi la metà dei vestiti importati in Svizzera provengono in effetti dall’Europa. Alcune imprese elvetiche, come Manor, Schild o Calida, fanno produrre i propri capi d’abbigliamento in Europa.

La DB e le organizzazioni partner della CCC domandano a tutte le marche attive in Europa dell’est e in Turchia d’impegnarsi a versare dei salari netti che equivalgano almeno al 60% del salario medio nazionale e a innalzare progressivamente la remunerazione degli operai in modo tale da raggiungere il salario dignitoso minimo stimato per il Paese in questione. I prezzi d’acquisto nelle fabbriche devono essere calcolati per permettere questo aumento dei salari.

Per maggiori informazioni consultare il sito web della DB o da:

Géraldine Viret, Dichiarazione di Berna, 021/620 03 05, viret@ladb.ch

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